20.10.26 ·

Dal 23 ottobre l’IA entra nel DVR

L'IA entra nel DVR: scarpe antinfortunistiche leggere accanto a un pallet in un magazzino

DVR e intelligenza artificiale: dal 23 ottobre 2026, se un programma di IA cambia i ritmi o il modo in cui lavori, il suo uso va valutato insieme agli altri rischi del lavoro. Lo dice l'articolo 42 del decreto legislativo 7 ottobre 2026 n. 179.

Quando ho cominciato a lavorare, le scarpe antinfortunistiche erano veramente pesanti. Oggi sembrano scarpe da ginnastica, e proteggono uguale. La sicurezza cambia forma, ma il principio resta: il rischio si guarda prima che arrivi.

Adesso tra i rischi da guardare ce n'è uno nuovo. Non pesa niente e non si vede.

DVR e intelligenza artificiale: cosa dice l'articolo 42

Il DVR è il documento di valutazione dei rischi: il documento in cui il datore di lavoro mette nero su bianco i rischi del lavoro e come li riduce. Lo prevede l'articolo 28 del decreto legislativo 81 del 2008, il testo unico sulla sicurezza.

L'articolo 42 del nuovo decreto sull'IA aggiunge quattro cose. Il testo è nella Gazzetta Ufficiale n. 234 dell'8 ottobre, a pagina 28, e su Normattiva.

  • Il Ministero del lavoro coordina le misure perché l'IA nei luoghi di lavoro rispetti la salute e la sicurezza di chi lavora.
  • Se un sistema di IA incide sull'organizzazione del lavoro, sui ritmi, sul modo di lavorare o su decisioni che toccano la sicurezza, il suo uso va valutato nella valutazione dei rischi.
  • Il datore di lavoro deve dare a chi lavora informazione e formazione sui rischi specifici dell'IA e sulle misure di prevenzione e protezione adottate.
  • Il Ministero promuove l'uso dell'IA anche per prevenire infortuni e malattie professionali.

Il decreto entra in vigore il 23 ottobre.

Una precisazione, perché su Google molti cercano "DVR con IA": qui non parlo dei programmi che scrivono il DVR al posto tuo. Parlo del contrario: l'IA che entra nel DVR come una delle cose da valutare.

Un rischio che non pesa niente

Un peso che cade, uno spigolo, un pavimento scivoloso: questi rischi li conosciamo. Si vedono, si toccano, e contro di loro ci sono i DPI (i dispositivi di protezione individuale): scarpe, guanti, gilet ad alta visibilità.

Un programma che decide in che ordine fare le cose, quanto tempo hai per un lavoro o quando fare una pausa non si vede. Non ti cade su un piede. Però cambia il modo in cui lavori, e il ritmo con cui lo fai.

Contro un ritmo deciso da un programma, le scarpe antinfortunistiche non servono. Serve qualcuno che si fermi a guardare quel programma come guarderebbe una macchina nuova: cosa cambia per chi lavora, dove può nascere un rischio, cosa si fa per ridurlo. Da quel che ho capito leggendo l'articolo 42, è proprio questo che il decreto chiede.

Formazione: anche sull'IA

L'ultimo corso di formazione generale sulla sicurezza che ho fatto è di settembre 2025: 4 ore, con una verifica finale. Sono corsi che chi lavora conosce bene: rischi, DPI, cosa fare e chi chiamare.

Il terzo punto dell'articolo 42 aggiunge un capitolo. Dove ci sono sistemi di IA, il datore di lavoro deve informare e formare chi lavora sui rischi specifici di quei sistemi e sulle misure prese per proteggerlo.

Non basta più sapere dove sono le uscite di sicurezza: bisogna sapere anche cosa fa il programma che ti organizza il lavoro. È una cosa nuova, e da quel che ho capito ogni azienda dovrà capire come farla nel concreto.

Dalla trave alle scarpe leggere

Avevo 16 anni ed ero apprendista in una falegnameria quando ho avuto un incidente con una trave. A salvarmi furono dei rulli di gomma non dentati. Lo racconto nel mio primo libro, Dalla Fabbrica al Futuro.

Da allora la sicurezza per me non è un foglio da firmare. È qualcuno che, prima di me, ha pensato a cosa poteva andare storto. Quei rulli erano lì perché qualcuno ci aveva pensato prima.

L'articolo 42 chiede la stessa cosa per l'IA: pensarci prima. Prima che il programma entri nel lavoro di tutti i giorni, non dopo.

Cosa cambia dal 23 ottobre, in pratica

  • Se lavori: se un programma di IA decide o cambia i tuoi ritmi o il modo in cui lavori, quel programma deve entrare nella valutazione dei rischi, e tu devi ricevere informazione e formazione sui suoi rischi. Se hai un dubbio, chiedi al responsabile della sicurezza o al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
  • Se hai una piccola impresa: prima di mettere al lavoro un programma che organizza turni, ritmi o compiti, guardalo come guarderesti una macchina nuova, e aggiorna la valutazione dei rischi.
  • Per tutti: lo stesso articolo dice che l'IA può servire anche a prevenire gli infortuni. Non è solo un rischio, può essere anche una protezione in più.

Dell'altra metà del decreto, quella su chi decide assunzioni e licenziamenti, ho scritto in Decreto IA: chi decide sul tuo lavoro.

Non sono un avvocato né un tecnico della sicurezza

Queste sono le linee dell'articolo 42 come le ho capite leggendo il testo in Gazzetta. Per il tuo caso, il responsabile della sicurezza, il sindacato o un consulente restano la strada giusta.

Da dove è partito tutto
Dalla Fabbrica al Futuro

Come l'IA cambia il lavoro di chi si sporca le mani. Dentro c'è anche il mio incidente da apprendista, a 16 anni, e come è cominciata la mia strada con l'IA dopo il turno.

Scopri il libro »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

16.10.26 ·

Gemini gratis ha cambiato menu

Gemini ha cambiato menu: un portatile sulla scrivania di casa, la mattina presto

Gemini gratis ha cambiato menu tre volte in cinque giorni. Lo so perché il 9 ottobre ho fatto una foto dello schermo del menu, il 10 un'altra, e mercoledì 14 una terza. Tre foto, tre menu diversi.

Se cerchi su Google "gemini gratis italiano" o "modelli gemini disponibili", sei nel posto giusto: qui c'è cosa è cambiato, cosa dice Google e cosa conviene fare. Senza abbonamento non scegli più il modello: scegli quanto deve ragionare.

Gemini gratis: com'era il menu il 9 ottobre

Fino al 9 ottobre, cliccando sul menu in fondo alla casella di Gemini, si sceglieva il modello. C'erano tre nomi e una riga in più:

  • 3.5 Flash-Lite, "Risposte più rapide";
  • 3.6 Flash, "Aiuto completo" (era quello che usavo io);
  • 3.1 Pro, "Ragionamento avanzato";
  • Ragionamento esteso, "Risoluzione di problemi complessi".

Il dettaglio che conta: il Pro si poteva scegliere gratis, senza lucchetto.

Il menu di Gemini gratis il 9 ottobre 2026: 3.5 Flash-Lite, 3.6 Flash, 3.1 Pro e Ragionamento esteso

Il menu di Gemini gratis il 9 ottobre 2026.

Il 10 ottobre: Auto e tre livelli

La mattina dopo il menu era un altro. In alto "Auto", con la scritta "Gemini 3 models" rimasta in inglese. Sotto, tre livelli: Bassa ("Rapido ed efficiente"), Media ("Profondità bilanciata"), Alta ("Molto approfondito").

Nessun avviso, nessun messaggio. I podeva anca dirmelo (potevano anche dirmelo). Secondo un sito americano che segue le novità di Google, il cambio è partito la sera del 9 ottobre, ora della costa ovest degli Stati Uniti: da quel che ho capito, da noi è arrivato nella notte.

Con "Auto" il modello lo sceglie Gemini, domanda per domanda. Tu decidi solo quanto deve pensarci sopra.

Il menu di Gemini gratis il 10 ottobre 2026: Auto e i livelli Bassa, Media e Alta

Il menu di Gemini gratis il 10 ottobre 2026.

Il 14 ottobre: il Pro torna, ma chiuso

Mercoledì terzo cambio. Nel menu ci sono di nuovo i nomi: 3.1 Pro ("Ragionamento avanzato") e un nome nuovo, 4 Argon ("Attività complesse"). Tutti e due con il lucchetto: li vedi, ma senza abbonamento non li usi. I tre livelli sono finiti in un sottomenu, "Livello di ragionamento".

Tre menu in cinque giorni. In magazzino, se spostassimo gli scaffali con questo ritmo, il lunedì mattina il muletto andrebbe in giro da solo a cercare i bancali. Le foto dello schermo invecchiano in pochi giorni: quello che resta è capire cosa vuol dire ogni scelta.

Il menu di Gemini gratis il 14 ottobre 2026: Auto, 3.1 Pro e 4 Argon con il lucchetto, livello di ragionamento Alta

Il menu di Gemini gratis il 14 ottobre 2026.

Cosa dice Google, in parole semplici

Ho letto le due pagine ufficiali di aiuto di Google: quella sui modelli e quella sui limiti. Ecco cosa dicono:

  • Con Auto, Gemini sceglie modello e livello per ogni richiesta. La maggior parte delle domande va sul modello più leggero, Flash-Lite. Quelle che chiedono più ragionamento possono andare su Flash o Pro.
  • Se non scegli un livello, parte da quello basso.
  • I livelli più alti consumano di più il limite.
  • Senza abbonamento hai Auto o Flash-Lite. Per scegliere il modello a mano serve un piano a pagamento.
  • Non c'è un numero fisso di domande: conta quanto calcolo usi. Il limite si rinnova ogni 5 ore, fino a un tetto settimanale.

Una curiosità: mentre scrivo, la pagina dei limiti parla ancora di livelli "Standard" ed "Esteso", cioè i nomi di prima. Anche Google rincorre i suoi stessi cambi.

Cosa vuol dire "quanto deve ragionare"

Detto questo, cosa cambia davvero tra Bassa e Alta? Te la spiego come la vedo dal magazzino.

Se chiedi a un collega dove sta un bancale, ti risponde al volo. Se gli chiedi come risistemare una corsia intera per fare prima con il carico, ci deve pensare: guarda gli spazi, fa due conti, magari cambia idea a metà. Ci mette di più, ma la risposta è migliore.

Con l'IA è uguale. Con Bassa risponde di getto. Con Alta si prende più passaggi prima di risponderti: ragiona, controlla, mette in ordine. Più ragiona, più tempo ci mette e più consuma del tuo limite. Per questo non ha senso tenere sempre Alta: sarebbe come prendere il furgone per andare a comprare il pane.

E Auto? Da quel che ho capito leggendo Google, è Gemini che fa da smistatore: guarda la domanda e decide lui quale modello mettere al lavoro. Comodo. Ma vuol dire anche che tu non sai sempre chi ti sta rispondendo.

Ho chiesto a Gemini dei suoi limiti

Mi sembrava la strada più rapida: chiederlo a lui. Con il menu su Alta ho scritto: "Quanto è il limite di domande che posso farti con questa setup di modello?".

Su tre punti ci ha preso: niente numero fisso, conta la complessità della richiesta e della chat, rinnovo ogni 5 ore con tetti settimanali. Sul quarto solo in parte. Ha scritto che, finiti i limiti, il sistema "scala su modelli più leggeri". Secondo la pagina di Google questo vale per chi ha un abbonamento: con la versione gratis si aspetta il rinnovo.

E un dettaglio curioso: io avevo scelto Alta, ma secondo Gemini stava rispondendo con Flash-Lite. Con Auto è possibile. Però quello che un'IA dice di sé va controllato sulla fonte ufficiale, come le etichette prima di caricare un pallet.

La domanda a Gemini sui limiti di utilizzo e la sua risposta, 14 ottobre 2026

La mia domanda a Gemini sui limiti, 14 ottobre 2026.

Cosa conviene fare, in pratica

  • Per le domande semplici lascia Bassa: va bene ed è veloce.
  • Per un lavoro lungo o a più passaggi (sistemare un testo, ragionare su un problema) scegli Alta.
  • Alta consuma di più: se arrivi al limite, aspetti fino a 5 ore.
  • Non imparare dove cliccare, impara cosa vuol dire: tra una settimana il menu potrebbe essere di nuovo diverso.
Per chi parte da zero
Gemini per Principianti

Il libro è aggiornato ad agosto 2026: il menu che racconta è quello di prima. Il metodo per chiedere bene a Gemini invece non cambia.

Scopri il libro »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

13.10.26 ·

Decreto IA: chi decide sul tuo lavoro

Chi decide sul tuo lavoro? Un curriculum sul tavolo di cucina, la sera, accanto a un telefono e a una tazza di caffè

Decreto IA e lavoro: dal 23 ottobre 2026, in Italia, un licenziamento deciso solo da un programma è nullo. Lo dice il decreto legislativo 7 ottobre 2026 n. 179, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l'8 ottobre.

Quando l'ho letto mi è tornato in mente il periodo in cui cercavo lavoro. Mandavo candidature ogni giorno, e la risposta più frequente era il silenzio. Un no senza motivo non ti dice cosa migliorare.

Questo articolo parte da lì: cosa può fare una macchina sul tuo lavoro, e cosa da adesso non può più fare da sola.

Decreto IA e lavoro: cosa dice l'articolo 41

Il decreto 179 è il secondo che mette in pratica la legge italiana sull'intelligenza artificiale (la n. 132 del 2025) insieme al regolamento europeo, l'AI Act. Dentro c'è un po' di tutto: chi controlla, le sanzioni, la scuola, la formazione. A chi lavora interessa soprattutto l'articolo 41.

Ecco cosa dice, in parole da capannone. Il testo intero è nella Gazzetta Ufficiale n. 234, a pagina 27.

  • Le decisioni su assunzione, cambi del rapporto e fine del rapporto di lavoro non possono essere prese solo da un sistema automatico. Lo stesso vale per i provvedimenti disciplinari e per le valutazioni di come lavori.
  • La decisione finale spetta a una persona, con un potere vero e non solo una firma.
  • Se lo chiedi, hai diritto a una spiegazione comprensibile, data da una persona: se l'IA ha pesato sulla decisione e con quali criteri principali.
  • Un licenziamento deciso violando questa regola è nullo. Lo stesso vale per le altre decisioni prese così.
  • Non conta il consenso: anche se il lavoratore dice di sì, la regola resta.
  • Prima di usare questi sistemi, il datore di lavoro deve informare chi lavora.

Tanti silenzi, nessun perché

Ho provato tutti i canali che avevo: il centro per l'impiego, le agenzie in carne e ossa, i portali online. Ogni giorno partiva almeno una candidatura. Quante in tutto, non lo so dire.

Dai portali tornavano soprattutto silenzi. Io li chiamo indifferenza. Dal centro per l'impiego arrivavano mail di candidatura respinta, senza una riga sul motivo. Qualche risposta negativa c'è stata, ma generica, buona per chiunque.

Il no fa parte del gioco. Il problema era non sapere da dove arrivava, e quindi cosa cambiare la volta dopo. Dietro quei silenzi c'era una persona che aveva letto il mio curriculum, o un programma che lo aveva scartato in un secondo? Non l'ho mai saputo.

Il primo filtro può farlo una macchina

Qui c'è il punto che mi ha fatto pensare di più. L'articolo 41 lo scrive nero su bianco: la ricerca e la selezione dei candidati non sono una "decisione finale", anche quando qualcuno viene scartato e non passa alla fase dopo.

Tradotto: il programma che legge il tuo curriculum e lo mette da parte non ricade nella regola della persona che decide. È proprio la fase in cui io ricevevo i silenzi.

Non vuol dire che lì valga tutto. Il decreto lascia in piedi le regole sulla privacy (il GDPR, il regolamento europeo sui dati personali, che dà già il diritto, salvo alcune eccezioni, di non subire decisioni importanti prese solo da una macchina) e chiede il rispetto della dignità e il divieto di discriminare. Restano anche gli obblighi dell'AI Act per i sistemi ad alto rischio, come spiega questo commento. Ma la fase della selezione resta fuori dalla regola della decisione finale.

Lo dico chiaro perché non voglio promettere a nessuno un diritto che non c'è.

Il curriculum l'ho scritto anche per le macchine

A un certo punto ho deciso di rifarmi il curriculum da zero. Prima avevo seguito una decina di ore di orientamento al lavoro, un modulo dentro un corso online per disoccupati: utile. Poi un corso del centro per l'impiego sulle soft skill (le capacità che non stanno nel mestiere: comunicare, stare in squadra, gestire un imprevisto). Molto interessante.

Sono partito da un modello di Canva. Poi ho chiesto a un'IA generativa (quella che scrive testi su richiesta) di aiutarmi a migliorare ogni sezione. Ho messo il link al mio profilo LinkedIn, cliccabile, per chi aveva voglia di saperne di più. E ho scelto apposta le parole chiave, quelle che i programmi di selezione cercano.

Una cosa però non l'ho fatta: gonfiarlo. L'IA mi ha aiutato a scriverlo meglio, non a scrivere cose che non sono.

Alla fine quel curriculum l'ha letto una persona. La selezionatrice che mi ha assunto lo ha apprezzato, insieme al percorso, che era in linea con quello che cercavano. Il primo filtro forse era una macchina. Il sì l'ha detto una persona.

Gli ordini me li dà una persona. E dietro?

Oggi in magazzino gli ordini me li dà una persona. Se quella persona ha usato un programma per decidere, non lo so. E non è compito mio andarlo a scoprire.

Il decreto non mi chiede di farlo. Mi dà però una cosa che prima non era scritta così: da quel che ho capito, se arriva una decisione che tocca il mio rapporto di lavoro, un richiamo, una valutazione, posso chiedere a una persona di spiegarmela, e di dirmi se e quanto ci ha messo mano un programma.

Di programmi che lavorano da soli ho già scritto due volte: in Un agente IA lavora, non risponde ho raccontato cosa fa un agente IA, in Agenti IA: cosa lascio fare, cosa no dove lo fermo io. La regola che mi sono dato è la stessa del decreto: il programma prepara, l'ultima parola resta a una persona.

Cosa cambia dal 23 ottobre, in pratica

  • Se lavori: devi essere informato prima che il datore di lavoro usi questi sistemi. E per una decisione che riguarda il tuo rapporto di lavoro puoi chiedere una spiegazione comprensibile, data da una persona.
  • Se hai una piccola impresa e usi un programma per valutare o sanzionare chi lavora con te: l'ultima parola la mette una persona, con la testa sua, non con un timbro sul risultato della macchina.
  • Se te serchi lavoro: ghé son pasà anca mì (se cerchi lavoro, ci sono passato anche io). Il primo scarto può arrivare da una macchina. Scrivi il curriculum per lei e per la persona che lo leggerà dopo: onesto, con le parole del tuo mestiere.

Non sono un avvocato

Queste sono le linee dell'articolo 41 come le ho capite leggendolo, riga per riga. Per un caso tuo, il sindacato o un consulente del lavoro restano la strada giusta.

Newsletter

Lista d'attesa

Sta arrivando una newsletter diversa: ogni volta una cosa sull'IA che puoi usare subito. Test, strumenti, richieste pronte. Lascia la mail, ti scrivo quando parte.

Lascia la mail »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

9.10.26 ·

Corsi IA gratis con attestato: i miei

Mani sulla tastiera di un portatile con due finestre aperte, accanto a un quaderno, una penna arancione e una tazza di caffè

Se hai cercato "corso intelligenza artificiale gratis con attestato", ti avviso subito: qui non trovi la solita lista presa in giro per la rete. Trovi solo i corsi che ho fatto io, dopo il turno in magazzino.

Dal 26 giugno al 20 settembre 2026 ne ho chiusi 62. Son proprio fora (sono proprio fuori), lo so: c'è chi d'estate raccoglie conchiglie, io attestati. Tutti gratis, tutti con un documento alla fine. Per ognuno ti dico quante ore sono, cosa rilascia e a chi serve. Costi e attestati li ho ricontrollati sulle pagine ufficiali a inizio ottobre 2026.

Corso intelligenza artificiale gratis con attestato: parti da qui

A un collega direi di cominciare dai due corsi dell'Università di Urbino, tenuti dal professor Alessandro Bogliolo. Sono MOOC (corsi online aperti a tutti), gratuiti e sempre disponibili: ti iscrivi e parti quando vuoi.

Il primo è Intelligenza Artificiale, 40 ore. Il secondo è L'esplosione dell'Intelligenza Artificiale, 35 ore. Alla fine di ognuno arriva un attestato in PDF e un open badge (un attestato digitale che chiunque può verificare online).

Sono 75 ore in due: non è roba da una sera, ma è da qui che partirei.

A chi serve: a chi vuole capire cosa c'è sotto, prima di usare gli strumenti. A chi no: a chi cerca solo due trucchi per domani mattina.

I due corsi del Politecnico di Milano

Stanno su POK, la piattaforma di corsi aperti del Politecnico di Milano. Gratuiti, 25 ore l'uno. L'open badge arriva se rispondi bene ad almeno il 60% delle domande di ogni quiz e compili il questionario finale.

Imparare con l'IA insegna a usare l'IA per studiare. L'ho finito il 20 settembre. Serve a chiunque debba imparare qualcosa, non solo l'informatica.

Intelligenza Artificiale e Industria è tenuto da una docente dell'Università di Brescia, e infatti il badge porta il marchio di Brescia. Se lo cerchi, però, lo trovi sulla piattaforma di Milano. È il più tecnico di tutto l'elenco.

A un collega non direi di saltarlo: direi di rimandarlo. Prima le basi, poi questo.

I 50 corsi brevi della Regione Toscana

TRIO è la piattaforma di formazione online della Regione Toscana. È gratuita e aperta a tutti, non solo a chi vive in Toscana: io sto a Lonigo, in provincia di Vicenza.

Ne ho fatti 50, tutti con attestato di frequenza dopo il test finale. 34 sono sull'intelligenza artificiale: durano tra 23 e 39 minuti l'uno, 19 ore in tutto. 16 sono su Industria 4.0: da mezz'ora a cinque ore, 37 ore in tutto.

Quelli sull'IA sono corsi da una sera. Il 12 settembre ne ho chiusi otto nello stesso giorno.

I temi: basi dell'IA, ChatGPT e prompt (la richiesta che scrivi all'IA), AI Act (la legge europea sull'IA), lavoro e orientamento, logistica, manutenzione predittiva.

Te lo dico chiaro: 11 dei 34 corsi sull'IA parlano di scuola e Pubblica Amministrazione. Io li ho fatti lo stesso. Se lavori in capannone o hai una piccola impresa, puoi lasciarli lì.

Li trovi nel catalogo di TRIO.

I più corti: Google, IBM, Helsinki, Lacerba

Google. Due badge di completamento su Google Skills, gratuiti: Introduction to Generative AI (45 minuti) e Introduction to Responsible AI (15 minuti). Li ho presi il 26 giugno. Tre mesi dopo, nel mio profilo, il secondo compare già come "obsoleto". Che pacco.

Però dice una cosa vera: i corsi sull'IA invecchiano in fretta, e un badge vale per quello che hai capito, non per la data che porta.

IBM SkillsBuild. Getting Started with Generative AI, gratuito, con open badge. Serve almeno l'80% nei test. La pagina del badge dice che è disponibile per chi è iscritto tramite un'organizzazione che aderisce al programma: controlla prima di partire.

Università di Helsinki. Elements of AI, gratuito e in italiano. Io ho il certificato di completamento dal 28 giugno.

Lacerba. Ne ho fatti quattro tra giugno e luglio, gratis, tutti con attestato. Oggi sulla pagina di quello sull'etica dell'IA c'è scritto che è gratuito, ma che le iscrizioni sono interrotte. Prima di contarci, guarda se hanno riaperto.

Corsi intelligenza artificiale riconosciuti gratis: cosa vale un attestato

Qui devo essere onesto, perché è la domanda che conta. "Con attestato" non vuol dire "riconosciuto".

Il Politecnico di Milano lo scrive nella pagina dei corsi: l'open badge non è un certificato ufficiale e non dà crediti universitari. Sugli attestati della Regione Toscana c'è scritto che la frequenza non equivale all'assolvimento degli obblighi formativi previsti dalle norme di settore.

Quindi chiamo le cose con il loro nome. Attestato di frequenza: hai seguito il corso e passato il test. Open badge: un attestato digitale che si verifica online. Nessuno dei due è un titolo di studio.

Il mio resta la terza media: 62 attestati non l'hanno cambiato.

Allora a cosa servono? A dimostrare che hai studiato, e che cosa. I miei open badge sono pubblici sul mio profilo Credly: chi vuole, controlla.

Il conto

62 corsi dal 26 giugno al 20 settembre 2026. Dove le ore sono scritte sull'attestato, fanno più di 180. Spesa: zero euro.

Studiare la sera dopo il lavoro: come faccio io

Io, a dirla tutta, non studio la sera. Faccio il turno al mattino e di solito studio un'ora al pomeriggio. Se tu hai solo la sera, il metodo è lo stesso.

Apro due finestre. In una c'è il corso. Nell'altra una chat con un'IA, quella che scelgo quel giorno: Gemini, per esempio. La chat la uso come blocco note: mentre seguo la lezione, gli appunti li scrivo lì.

Alla fine le chiedo due cose. Di mettermi in ordine gli appunti. E di farmi una sintesi di quello che mi porto a casa.

L'IA non studia al posto mio: mi tiene in ordine il quaderno. E se voglio approfondire un punto, il materiale è già lì nella chat. Da lì parto a cercare le fonti.

Mi metto al tuo pari: hai mai scritto la lista della spesa sul telefono? Scommetto di sì. Ecco, è la stessa cosa. Solo che questa lista, alla fine, si riordina da sola.

Un'ora al giorno, un corso alla volta. Io ho cominciato così, il 26 giugno.

Newsletter in arrivo

Lista d'attesa

Sta arrivando una newsletter diversa: ogni volta una cosa sull'IA che puoi usare subito. Test, strumenti, richieste pronte. Lascia la mail, ti scrivo quando parte.

Mettimi in lista d'attesa »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

6.10.26 ·

Agenti IA: cosa lascio fare, cosa no

Mani con una penna arancione su un piano settimanale scritto a mano, accanto a una tazza di caffè

Uno dei miei agenti IA mi ha ripreso perché avevo sforato l'orario. Io, il direttore generale della squadra. Lo dico ridendo, perché la mattina sposto pallet. Lui però era serissimo: tempo scaduto, certe attività andavano saltate o rimandate. E già che c'era, voleva rifarmi il piano della settimana.

Un agente IA non è un chatbot (il programma che ti risponde e si ferma lì). Prende un compito e lo porta avanti da solo, un passo dopo l'altro. La differenza l'ho spiegata in Un agente IA lavora, non risponde. Là c'erano le grandi aziende. Qui c'è la mia squadra: più piccola, e con gli errori che ho visto con i miei occhi.

Quando un agente IA sbaglia, di chi è la colpa

Parto da una premessa, e la metto sempre. Per come l'ho vista io finora, quando un agente sbaglia la colpa è metà e metà.

O non sono stato chiaro io nella richiesta. O ha inventato lui: la famosa allucinazione (quando l'IA dice una cosa che non esiste, con la faccia di chi è sicuro).

Non è una statistica. È il conto che faccio a occhio sui miei errori. Sbaglia l'umano e sbaglia l'agente: chi parte convinto del contrario prima o poi ci casca.

Ti racconto un caso per parte. Comincio dal mio, che fa più ridere.

La mia metà: gli orari senza il resto

Avevo dato all'agente gli orari per organizzare la giornata. Dalle tot alle tot questo lavoro, poi quest'altro. Tutto in fila, tutto preciso.

Quello che non gli avevo scritto è come sono fatto io: flessibile. Un giorno vado lungo, un altro chiudo prima. Gli orari mi servono per orientarmi nella settimana, non per timbrare il cartellino.

Lui questo non poteva saperlo. Ha visto che ero oltre l'orario e mi ha fermato: per non superare il monte ore, certe attività andavano tolte o spostate. Ragionamento perfetto, con quello che aveva in mano. Mi mancava solo il richiamo scritto.

Gò sbaglià mì (ho sbagliato io). Un agente non entra nella tua testa: sa solo quello che gli hai scritto.

Gliel'ho fatto presente: sono flessibile, gli orari per me sono indicativi, mi servono per organizzarmi. Due righe. Dovevo scriverle all'inizio.

È come dare a uno appena arrivato il foglio dei turni e nient'altro. Lo rispetterà alla lettera. Le abitudini della casa nessuno gliele ha dette.

La sua metà: chiedo il sito, aggiunge i social

Altra volta, richiesta chiara: una manutenzione al sito. Solo al sito.

L'agente ha preparato il lavoro e ci ha messo dentro, di testa sua, anche la manutenzione dei social. Nessuno gliel'aveva chiesta.

Me ne sono accorto da un dettaglio. Mi aveva scritto un prompt (la richiesta che scrivi all'IA) da passare a un altro agente della squadra. Quell'agente si occupa del sito e conosce solo il sito. Dei social non sa niente.

Leggo la richiesta, vedo i social e mi fermo. Questo lavoro non è suo, e non l'ho ordinato io. L'ho bloccato lì. Non è stato toccato niente.

L'errore l'ho visto perché so chi fa cosa nella mia squadra. Se avessi passato quel foglio senza leggerlo, un agente che conosce solo il sito si sarebbe trovato a lavorare su cose che non conosce. E lì gli sbagli si sommano.

Non era cattiveria e nemmeno stupidità. Voleva essere utile. Ma "utile" senza che nessuno l'abbia chiesto, in un lavoro, si chiama fare di testa propria.

Cosa lascio fare da solo a un agente IA

Oggi la mia divisione è questa. Agli agenti lascio la tecnica, i conti e l'informatica.

Sono i lavori dove il controllo si fa in fretta. Il codice di una pagina funziona o non funziona. Una somma torna o non torna.

Il resto lo metto io. E il resto vuol dire: i rapporti con le persone, la verifica dei fatti, le storie degli altri, l'ultima rilettura.

Le storie degli altri un agente non le può sapere. I fatti li può sbagliare. E la rilettura è il momento in cui tolgo quello che non direi a voce.

Poi c'è una riga che vale per tutta la squadra. Nessun agente pubblica, invia o programma qualcosa al posto mio. Nessuno scrive a una persona come se fosse me. Nessuno spende soldi. L'agente prepara, la firma la metto io.

Verde, giallo, rosso

Nel libro "Ragionare con l'IA" uso tre colori. Verde: l'IA esegue da sola, perché il rischio è basso. Giallo: propone, e una persona controlla prima. Rosso: fa solo l'analisi, la decisione resta a te.

Da dove parti tu

Magari pensi che gli agenti siano roba da aziende grandi, o da informatici. Io parto da un magazzino, quindi mi metto al tuo pari.

Hai mai lasciato un biglietto a qualcuno con scritto "compra il pane"? Torni a casa e il pane c'è. Ma non è quello che volevi tu. Scommetto che ti è successo.

Ecco, allora sai già come si sbaglia con un agente IA. E sai anche come si rimedia: si scrive meglio il biglietto.

Tre cose che faccio io, e che puoi provare da domani.

Uno. Scrivi anche quello che per te è ovvio: come sei fatto, cosa è indicativo e cosa no.

Due. Decidi chi fa cosa. Se un agente prepara il lavoro per un altro, quel foglio lo leggi tu prima di passarlo.

Tre. L'ultimo passaggio tienilo per te: pubblicare, inviare, pagare.

La prossima volta che un'IA fa più di quello che avevi chiesto, o ti prende troppo alla lettera, prima di arrabbiarti rileggi il biglietto. Io ormai gli errori li colleziono così, i miei per primi.

Per decidere cosa delegare
Ragionare con l'IA

Il metodo per usare Gemini come partner di ragionamento, non come motore di ricerca. Dentro trovi la matrice verde, giallo, rosso, un capitolo sugli agenti e i cinque errori che ho fatto io.

Scopri il libro »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

2.10.26 ·

Perché ho riscritto CREA CON L'IA

Mani che tengono un manoscritto corretto con la penna arancione. Testo: Perché ho riscritto il mio libro

Il 24 settembre è uscita la nuova edizione di CREA CON L'IA. Due giorni dopo ho ritirato dalla vendita quella vecchia, insieme alla sua traduzione inglese, Create with AI. Per un autore indipendente ogni libro in vendita è una piccola entrata: toglierne uno dal negozio vuol dire rinunciare a quelle copie.

L'ho fatto lo stesso, per un motivo semplice. Quel libro portava il mio nome, ma non parlava con la mia voce. Detto questo, ti racconto cosa non andava e cosa ho cambiato.

La rilettura

È andata così: ho ripreso in mano il libro e l'ho riletto da capo. Alla fine mi è rimasta in testa una frase sola: posso farlo più mio, partendo dalla mia esperienza vera.

Il vecchio CREA CON L'IA era pensato per un content creator qualsiasi, cioè chi crea contenuti per i social di mestiere. Il sottotitolo lo diceva chiaro: il manuale dei prompt (le richieste che si scrivono all'IA) per content creator. Un lettore generico, senza un mestiere, senza orari, senza un posto preciso. Il risultato era un libro che andava bene per tutti e quindi non parlava a nessuno in particolare.

Dentro c'erano anche frasi da guru motivazionale, di quelle che promettono di cambiarti la vita con un prompt. Io, che la mattina sono in magazzino, a promettere miracoli: non mi ci vedo neanche allo specchio. Non sono quel tipo di persona, e un libro con il mio nome non può parlare così. Non vendo sogni: spiego attrezzi.

I dati che non andavano

C'era poi un problema più serio della voce. Nella vecchia edizione c'erano dei numeri senza fonte. E qualcuno era rimasto anche nella prima versione di quella nuova: l'ho corretto due giorni dopo l'uscita.

Gò sbaglià (ho sbagliato), e lo scrivo qui perché è giusto dirlo. Chi compra un manuale si fida dei numeri che trova dentro, e non ha il tempo di controllarli uno per uno. Un dato senza fonte, in un libro pratico, è come un'etichetta sbagliata su un pallet: sembra tutto in ordine finché qualcuno non ci si fida.

Oggi ho una regola che vale per tutto quello che scrivo, libri, blog e social: se un dato non ha una fonte, non entra. Se la fonte non la trovo, tolgo la frase. Qualche riga in meno, ma ogni riga che resta la posso difendere.

Gli attrezzi che apro ogni giorno

Nella parte finale del libro c'è una cassetta degli attrezzi: 145 prompt per undici strumenti. Uno l'ho tolto: Microsoft Designer, che non uso. Tenerlo lì sarebbe stato come lasciare in cassetta una chiave che non ho mai preso in mano. Al suo posto è entrato Gemini Notebook.

Ma quelli che apro ogni pomeriggio dopo il turno, per creare i contenuti dei social e del blog, sono due: con Claude scrivo i testi, con ChatGPT faccio le copertine. In questo post ti parlo di quei due, perché di quelli posso raccontarti ogni passaggio.

Come scrivo con Claude

A Claude non chiedo "scrivimi un post". Gli do l'argomento e lascio che mi faccia domande, una alla volta. Io rispondo con i fatti veri.

Questo articolo è nato proprio così. Mi ha chiesto quando mi sono accorto che il libro non era mio, cosa c'è adesso che prima non c'era, quali strumenti uso ogni giorno e chi è il lettore giusto. Io ho risposto in due righe per volta, da buon magazziniere di poche parole. Poi ha scritto la bozza. Io l'ho riletta e ho deciso cosa tenere.

E una frase l'ho corretta: diceva una cosa sul libro che non era vera. Claude aveva riempito un buco con una sua deduzione. Anche per questo l'ultima rilettura resta mia.

Il punto è questo: l'IA può scrivere bene solo quello che le racconti tu. Se le chiedi un testo senza darle niente di tuo, ti restituisce un testo medio per un lettore medio. Che è esattamente il difetto della vecchia edizione.

Come faccio le copertine con ChatGPT

Per le copertine uso ChatGPT. Il prompt lo preparo con Claude e descrive una scena reale: una scrivania, un quaderno, delle mani al lavoro, luce naturale, i miei colori. Lo scrivo in inglese, perché dà risultati migliori. La frase che deve comparire nell'immagine, invece, la metto in italiano, tra virgolette.

Ci sono due cose che non chiedo mai: robot e cervelli luminosi. Sono le immagini che tutti associano all'IA, e con il mio lavoro non c'entrano niente.

E c'è un controllo da fare sempre. Quando l'immagine ha una scritta, va riletta parola per parola. I generatori di immagini sbagliano spesso le lettere, soprattutto gli accenti. Un errore nel titolo di copertina si nota più di tutto il resto.

Il lettore giusto

Il sottotitolo della nuova edizione lo dice da solo: il metodo e i prompt di chi crea da solo, dopo il lavoro.

È un lettore che conosco bene, perché gli somiglio. Ha un lavoro vero, con i suoi orari. Crea nel tempo che resta, senza una squadra e senza un'agenzia alle spalle. Ha poco tempo e non può sprecarlo dietro alle promesse.

Se pensi di non avere tempo, mi metto al tuo pari: io per scrivere ho i pomeriggi dopo il turno, e il venerdì solo un'ora. Scommetto che la sera rispondi a qualche messaggio su WhatsApp. Ecco, il tempo per tre domande all'IA è più o meno quello.

A chi crea dopo il lavoro serve un metodo, non una raccolta di trucchi. Un metodo lo ripeti anche quando la testa è ancora al turno della mattina. Un trucco, dopo due settimane, non te lo ricordi più.

Il sesto libro della collana

Con la nuova edizione CREA CON L'IA entra nella collana "IA dal lavoro vero". È il sesto libro, e nell'ordine di lettura sta in fondo.

Non per caso. La collana parte da Dalla Fabbrica al Futuro, il racconto di come è cominciato tutto. Passa per Non è magia, è un attrezzo, che spiega cos'è davvero l'IA. Poi arrivano i manuali pratici. CREA CON L'IA chiude il percorso: è il punto in cui chi ha imparato gli attrezzi comincia a creare da solo.

Per ora il libro c'è solo in italiano.

Se scrivi anche tu con l'IA

Prima di pubblicare, tre domande: questa frase la direi anche a voce? Ogni numero ha una fonte? Lo strumento che consiglio lo uso davvero? Se una risposta è no, il testo non è ancora pronto.

Il sesto libro della collana
CREA CON L'IA: Il metodo e i prompt di chi crea da solo, dopo il lavoro

Il metodo per chi crea nel tempo che resta dopo il lavoro, e una cassetta di 145 prompt per undici strumenti, dai testi alle immagini.

Scopri il libro »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

29.9.26 ·

Rispiegamelo come in terza media

Mani che disegnano su una lavagnetta un portiere che para, accanto a guanti da portiere. Testo: Rispiegamelo come in terza media

Quando allenavo i portieri delle giovanili, la cosa da insegnare era sempre la stessa: la presa del pallone. I ragazzi davanti a me, invece, non erano mai uguali. A uno bastava vedere il gesto una volta. A un altro serviva un disegno. Un altro ancora aveva bisogno di rivederlo più volte, con calma.

A ognuno spiegavo la stessa cosa in modo diverso. Oggi, con l'intelligenza artificiale, mi ritrovo dall'altra parte del campo: quello che non capisce, a volte, sono io. E il trucco è rimasto lo stesso. Non serve un manuale uguale per tutti, serve una spiegazione che cambia in base a chi hai davanti.

Un gesto solo, tante strade

La presa funziona così. Le mani formano quasi un cuore al rovescio e la stretta deve essere solida. Le braccia non vanno tese, e nemmeno troppo vicine al petto: stanno a mezza via. Poi il pallone si porta al petto, al sicuro.

Scritta così sembra una cosa da niente. In porta è un'altra storia, perché ogni ragazzo ci arrivava da una strada sua. La stessa frase ripetuta a tutti non correggeva nessuno. Dovevo trovare, per ciascuno, il modo giusto di farla entrare.

Prima lo faccio vedere

Il primo attrezzo ero io. Dicevo al ragazzo: prova a lanciarmi un pallone, o a tirarmelo. E mentre lo prendevo gli facevo notare le mani, ma anche le gambe e il busto. La postura infatti cambia in base alla distanza di chi calcia.

Per molti bastava questo. Un gesto visto dal vivo vale più di dieci frasi, almeno per chi impara con gli occhi. Però non tutti imparano con gli occhi alla prima, e lì serviva altro.

La lavagnetta e gli ominidi

Per chi non ci arrivava avevo una scala di attrezzi, un gradino alla volta. Portavo con me una lavagnetta e ci facevo degli schizzi di ominidi, disegnati da me. Niente arte: solo linee per far vedere dove vanno le braccia e come si piega il corpo.

Se la lavagnetta non bastava, portavo delle schede trovate online. Nei casi più difficili, i video su YouTube. Il video aveva un vantaggio che io non avevo: si poteva rivedere tutte le volte che serviva, senza che nessuno si stancasse di spiegare. Il ragazzo se lo guardava con i suoi tempi, anche a casa.

Il compagno al fianco

La prima cosa che facevo, però, non era spiegare. Era valorizzare il ragazzo che faceva il gesto più pulito. Poi mettevo gli altri al suo fianco.

Erano pari età, quindi non c'erano discussioni. Non era l'allenatore che diceva come si fa: era un compagno che lo faceva davanti a loro. A volte la spiegazione migliore è l'esempio di uno come te.

Anche il pallone si adatta

I metodi per allenare sono tanti. Nel calcio giovanile perfino i palloni cambiano misura con l'età, e non solo per i piedi: servono anche alle mani del portiere. Prima si guarda chi c'è in porta, poi si sceglie l'attrezzo.

Il ragazzo con le braccia rigide

Mi ricordo un ragazzo che era molto rigido con le braccia. Con l'allenamento, e con il metodo di portare la palla al petto, è migliorato. È diventato più flessibile con il corpo.

Ma soprattutto è diventato più flessibile con la testa. È la parte che mi è rimasta di più. Non ha imparato perché gli ho ripetuto la stessa frase più forte. Ha imparato perché, a un certo punto, la spiegazione giusta per lui è arrivata.

Adesso in porta ci sono io

Oggi l'intelligenza artificiale la uso tutti i giorni, per il lavoro sui libri e sul blog. E ogni tanto mi risponde come un manuale: tutto giusto, tutto preciso, e io non ci capisco niente.

Quando succede, le scrivo una frase sola: rispiegamelo come se fossi un ragazzino di terza media. Lo scrivo ridendo, perché la terza media è proprio il mio titolo di studio. E la seconda spiegazione, di solito, entra.

Il punto è questo. L'IA non sa chi ha davanti finché non glielo dici tu. Sul campo il livello del ragazzo lo vedevo io, dalla postura e dalle mani. Con la macchina è il contrario: sono io che devo dirle a che punto sono.

Se non glielo dico, lei scrive per un lettore medio che non esiste. Un po' come un allenatore che fa lo stesso discorso a tutta la squadra e poi si stupisce se metà dei ragazzi continua a sbagliare. Il discorso non era sbagliato. Era per nessuno in particolare.

E c'è una differenza rispetto al campo. Il tempo di un allenamento era diviso tra tutti i ragazzi. La macchina invece lavora solo per te: puoi chiederle la stessa cosa cinque volte, in cinque modi, e lei ricomincia da capo senza problemi.

La scala del campo, tradotta

Se ripenso alla mia scala di attrezzi, le richieste da fare all'IA sono quasi le stesse. Puoi provarle una alla volta, come i gradini:

  • Il gesto dal vivo: chiedi un esempio pratico, preso dal lavoro che fai tu.
  • La lavagnetta: chiedi un paragone semplice, oppure la stessa cosa divisa in pochi punti.
  • Il video da rivedere: fattelo rispiegare ancora, con parole diverse. Non si stanca.
  • Il compagno pari età: chiedi di spiegartelo come lo spiegherebbe un collega del tuo reparto.

Non serve una formula magica. Basta una riga in più in fondo alla domanda: chi sei, cosa sai già, cosa ti serve. Per esempio: "Lavoro in magazzino, di informatica so poco, spiegamelo con un esempio preso dal mio lavoro". Se la risposta non entra lo stesso, si scende di un gradino e si prova il successivo.

E non vergognarti di chiedere di nuovo. In porta nessun ragazzo era scarso perché non capiva alla prima. Era la spiegazione che non era ancora quella giusta per lui. Con l'IA vale lo stesso: se non ti entra, non sei tu che hai sbagliato. Cambia il modo di chiedere.

Per chi l'IA la usa già
Ragionare con l'IA

Se ti riconosci in questo post, nel libro vado a fondo sul metodo: come lavorare con l'IA quando lo strumento lo sai già aprire, ma le risposte non ti bastano.

Scopri il libro »

Newsletter gratuita

Dopo il magazzino

Ogni martedì sera una mail corta: come lavoro con l'IA dietro le quinte, errori e numeri compresi. Cose che sul blog non trovi.

Iscriviti a Dopo il magazzino »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

25.9.26 ·

Il traduttore italiano che fa domande

Traduttore IA Lara, PMI venete che lavorano con l'estero

Una PMI veneta scrive email in inglese quasi ogni giorno. A un fornitore in Germania, a un cliente in Francia, a un distributore che magari sta in Polonia. In magazzino le etichette sui pallet in arrivo parlano già più lingue di quante ne parli io: tedesco, francese, a volte cinese. Il traduttore automatico è già nel cassetto degli attrezzi di chi lavora, anche se nessuno lo chiama così. Il problema è che quasi tutti usano sempre lo stesso strumento, senza sapere che ne esiste uno fatto in Italia, e che funziona diverso dagli altri.

Un traduttore che fa domande

L'ho scoperto durante l'ultimo modulo del corso IA che ho seguito su TRIO, un webinar dedicato proprio ai traduttori automatici, l'ho raccontato di sfuggita nella newsletter della settimana scorsa. Si chiama Lara, ed è di un'azienda italiana, Translated, con sede a Roma e a Palo Alto, negli Stati Uniti. Fa una cosa che Google Translate non fa: quando una parola è ambigua, si ferma e chiede. Scrivi "pesca" in una frase senza un contesto chiaro, e Lara ti chiede se intendi il frutto o l'andare a pescare, invece di indovinare in silenzio e magari sbagliare. Non traduce alla cieca, chiede quando non è sicura. Sembra un dettaglio piccolo, letto così. Diventa grosso quando quella frase la manda davvero un cliente, e la risposta che gli arriva dipende da quella scelta.

Da dove viene, cosa la rende diversa

Translated non è nata ieri: è stata fondata a Roma nel 1999 da Marco Trombetti e Isabelle Andrieu, ed è cresciuta per 22 anni senza un euro di finanziamento esterno, solo con il proprio lavoro, prima di accettare il primo investimento nel 2021. Prima di Lara aveva già costruito altri due strumenti, Matecat e ModernMT. Dietro c'è un dataset di 25 milioni di traduzioni fatte da professionisti veri, non solo testo raccolto in giro da internet. È stata allenata anche sulla piattaforma di calcolo di NVIDIA, la stessa azienda dietro molti dei modelli IA più conosciuti in giro. Nei test fatti confrontando le traduzioni con dei professionisti veri, Lara ha raggiunto l'80% di accuratezza, contro il 70% di Google Translate e il 60% di DeepL.

Una cautela onesta

Quel dato lo dichiara la stessa azienda che ha costruito Lara, quindi va preso con le pinze: nessuno si dà un voto basso da solo. Il metodo usato, però, un confronto alla cieca con traduttori umani veri, è lo stesso che userebbe chiunque volesse essere onesto sul proprio prodotto. Provalo tu stesso su una frase che conosci bene, prima di fidarti di qualsiasi numero, incluso questo.

Tre modi di tradurre, non uno

Lara offre tre stili di traduzione: fedele, fluido, creativo. Fedele resta vicino all'originale, parola per parola dove possibile: utile per un contratto o una scheda tecnica, dove un termine sbagliato può costare caro. Fluido riscrive perché suoni naturale nella lingua di arrivo: meglio per una email o un messaggio a un cliente. Creativo si prende più libertà: buono per uno slogan o il titolo di un prodotto. Non è un solo traduttore, sono tre modi diversi di tradurre nello stesso strumento, e si scelgono in base a cosa stai scrivendo, non sempre allo stesso modo.

Un caso vero, in due frasi

Immagina di dover scrivere: "Confermiamo la consegna entro venerdì, salvo intoppi." Una frase normale, che chiunque lavori con clienti stranieri scrive spesso. "Salvo intoppi" non si traduce parola per parola: un traduttore rigido rischia di trasformarla in qualcosa di incomprensibile o troppo formale per un'email vera. Uno strumento più attento riconosce che è un modo di dire, e lo rende con l'espressione equivalente nella lingua di arrivo, non con la traduzione letterale delle singole parole. La differenza tra un traduttore che capisce il senso e uno che traduce solo le parole si vede proprio in frasi come questa, non nelle frasi semplici da manuale scolastico che funzionano bene ovunque.

Quanto costa, in pratica

Il piano gratuito dà 60.000 caratteri al mese, niente carta di credito richiesta: per farsi un'idea, sono circa 30-40 email normali. Per il grosso della corrispondenza quotidiana di una piccola azienda, spesso bastano. Se servisse di più, il piano a pagamento parte da 9,99 dollari al mese per 500.000 caratteri. Confrontalo con il costo di un traduttore professionista pagato a parola per ogni singola email: per la corrispondenza di tutti i giorni, oggi non ha più senso.

Quando conviene ancora una persona vera

Lara offre anche l'accesso a revisori professionisti in carne e ossa, un servizio a parte rispetto alla traduzione automatica gratuita. Ha senso per un contratto, una gara d'appalto, qualcosa che se sbagliato costa davvero. Lo strumento automatico è per la corrispondenza di ogni giorno, non per sostituire chi controlla i documenti importanti. È la stessa distinzione che vale per qualsiasi attrezzo: va bene per il lavoro di routine, non per l'unica volta che non puoi permetterti di sbagliare.

Come si usa, un esempio vero

Prova così: prendi l'ultima email che hai scritto, o che dovresti scrivere, a un cliente o un fornitore straniero. Incollala su Lara (si usa dal sito, app.laratranslate.com, o da app), scegli la lingua di arrivo e comincia con lo stile fluido. Se nella frase c'è una parola che in italiano può significare due cose diverse, guarda cosa succede: o traduce e basta, come fanno tutti gli altri, oppure si ferma e ti chiede cosa intendevi. Quella reazione, da sola, ti dice più di qualsiasi scheda tecnica.

Perché in Veneto conta doppio

Il Veneto esporta. Le piccole aziende di qui parlano già con clienti e fornitori in tutto il mondo, anche quelle che non hanno mai avuto un ufficio traduzioni dedicato. Chi gestisce un piccolo magazzino, un negozio con clienti oltreconfine o un'officina che lavora anche per l'estero, quella corrispondenza in lingue diverse la vive tutti i giorni, non una volta ogni tanto. Fino a poco fa, o pagavi un professionista per ogni documento importante, o ti fidavi di un traduttore automatico che a volte capiva "pesca" per il pesce sbagliato. Ora c'è una via di mezzo, fatta da un'azienda italiana, gratis fino a un certo punto. Non serve un ufficio traduzioni per parlare con il mondo, serve sapere che lo strumento esiste.

Per chi vuole usare l'IA sul lavoro, non solo capirla
Ragionare con l'IA

Il metodo pratico, testato sul campo, per usare l'intelligenza artificiale come partner di ragionamento nel lavoro vero, con esempi da officina, cantiere, negozio, e quaranta prompt pronti da usare oggi stesso.

Scopri il libro »

Newsletter gratuita

Dopo il magazzino

La mia settimana con l'IA, ogni martedì sera. Numeri veri, anche quelli scomodi.

Iscriviti a Dopo il magazzino »
Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.

22.9.26 ·

Un agente IA lavora, non risponde

Un agente IA lavora, non risponde

Agente IA: la trovi scritta ovunque, in ogni articolo di tecnologia di questi mesi. C'è chi lo vende come la prossima rivoluzione, chi lo liquida come l'ennesima parola nuova per la stessa vecchia cosa. Ma cosa fa, in pratica, un agente che un chatbot normale non fa già? La differenza non è nel nome, è in cosa succede dopo che gli hai fatto una domanda. E capirla bene serve a non buttare soldi nello strumento sbagliato.

Chatbot risponde, agente lavora

Un chatbot, tipo quello che usi già per scrivere un'email o cercare un'informazione, ti dà una risposta e si ferma lì. Tocca a te prendere quella risposta e farci qualcosa: copiarla, incollarla, correggerla, mandarla. Un agente invece prende un obiettivo, lo scompone in passaggi, ed esegue quei passaggi da solo, uno dopo l'altro, senza chiederti conferma a ogni singolo passo. Va a cercare l'informazione che gli manca, usa uno strumento se gli serve (un foglio di calcolo, una casella email, un database), controlla il proprio lavoro, e torna da te solo quando il compito è finito o quando resta bloccato davvero.

Se in magazzino chiedi a un collega dove sta un pallet, quello è un chatbot: ti risponde e basta. Se gli chiedi di andare a spostarlo, controllare che il numero corrisponda al documento di trasporto e aggiornare il gestionale, quello è un agente. In un ufficio la stessa differenza vale per una fattura: un chatbot ti spiega come si controlla una fattura, un agente la controlla lui, la confronta con l'ordine originale e ti segnala solo quelle che non tornano. La differenza è tutta nel fare, non nel rispondere.

L'esempio più famoso, e la sua storia complicata

L'agente IA più citato in giro si chiama Manus, sviluppato da un'azienda con base a Singapore. Pianifica da solo un compito complesso, per esempio leggere decine di curriculum e restituirti solo quelli che rispettano i criteri che gli hai dato, oppure analizzare un titolo in borsa incrociando più fonti, e lo porta a termine senza che tu debba guidarlo passaggio per passaggio. Va provato con giudizio prima di affidargli qualcosa di importante.

La sua storia recente dice molto su quanto questa tecnologia sia diventata una questione tra Stati, non solo tra aziende. A dicembre 2025 Meta ha annunciato l'acquisto di Manus, per una cifra tra i 2 e i 3 miliardi di dollari. Il 27 aprile 2026 la Cina ha vietato l'operazione, e l'11 agosto Manus ha annunciato che torna a lavorare come azienda indipendente, con base a Singapore. Un agente tuttofare con una storia così instabile non è ancora lo strumento giusto per iniziare, specialmente per chi ha un'attività piccola e non un reparto ricerca e sviluppo alle spalle.

Dove gli agenti lavorano già davvero

Mentre l'agente tuttofare fa ancora notizia, gli agenti pensati per un solo compito preciso stanno già lavorando in fabbrica, con risultati dichiarati dalle aziende stesse, in euro e in ore.

Bosch usa un agente per aiutare gli operai a risolvere i guasti da soli, senza aspettare il tecnico specializzato. L'agente ha in memoria lo storico di tutti gli errori già risolti in fabbrica, con le soluzioni trovate ogni volta, e guida chi lavora verso la stessa soluzione, anche in più lingue, invece di lasciare quella conoscenza chiusa nella testa di una sola persona o persa in qualche cartella dimenticata. Risultato dichiarato da Bosch: circa 850.000 euro di risparmio l'anno per ogni stabilimento, solo per i minori fermi macchina. Alla Sick, che lo usa nello stabilimento di Waldkirch, stimano che con l'agente ben addestrato i guasti si possano risolvere fino a dieci volte più in fretta.

Danfoss ha messo un agente a leggere gli ordini che arrivano via email e a inserirli nel gestionale, senza che un impiegato debba aprire ogni email e ricopiare i dati a mano. Fino all'80% di queste decisioni oggi le prende l'agente. Il tempo di risposta al cliente, dice Danfoss, è passato da circa 42 ore a quasi tempo reale per una parte importante degli ordini.

Non serve un colosso per iniziare

Bosch e Danfoss sono aziende enormi, lo so, con budget che una piccola impresa non ha. Ma la logica che usano è la stessa che può usare chiunque: non un agente che fa tutto, un agente che fa una cosa sola, quella che ruba più tempo ogni settimana. Il controllo qualità, la gestione ordini, l'avviso quando un macchinario sta per dare problemi, lo smistamento della posta elettronica che arriva sempre uguale. Si parte da lì, un compito alla volta, non da un tuttofare.

Da dove partire, davvero

Se lavori in un'azienda piccola, il consiglio più onesto che posso darti è il contrario di quello che si legge di solito: non cercare l'agente che fa tutto, come Manus, sperando che risolva ogni problema in una volta sola. Guarda invece un solo compito che rifai identico ogni settimana, quello che ti ruba tempo senza bisogno di pensare davvero: rispondere sempre alle stesse domande dei clienti, controllare sempre gli stessi documenti, segnare sempre gli stessi numeri su un foglio. Chiediti se un pezzo di software può impararlo al posto tuo, e prova su quello, non su tutto insieme. Si parte sempre da un compito solo, mai da un progetto intero. Se funziona, ne aggiungi un secondo. Se non funziona, hai perso una settimana, non un anno.

Aggiornato a ottobre 2026: ho aggiunto i link alle fonti e corretto alcuni dati.

Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.