Il conto alla fine del mese
Ho tenuto il conto, e anche a me ha fatto impressione quando l'ho messo tutto insieme: nel giro di poche settimane ho completato nove corsi di intelligenza artificiale. Due certificati universitari, tre corsi su una piattaforma privata, un badge IBM, due corsi di un'università finlandese, uno di prompt engineering. Fatti la sera, un po' alla volta, qualche volta anche da un letto d'ospedale con solo il telefono in mano.
Non ve lo racconto per vantarmi del numero. Ve lo racconto perché in mezzo a tutto questo ho imparato alcune cose che vale la pena condividere, anche a costo di ammettere qualche errore di percorso.
Da dove sono partito
Avevo già scritto due libri sull'intelligenza artificiale prima di iniziare questo giro di corsi. Sapevo usarla, ma mi mancava qualcosa che si studia solo con un metodo strutturato: capire da dove viene tutto questo, non solo come si usa. La differenza tra "so premere i tasti giusti" e "capisco cosa succede quando li premo" mi sembrava un buco da colmare, soprattutto scrivendo per un pubblico che si fida di quello che gli racconto.
Il pezzo più pregiato: due certificati universitari veri
Il cuore di questo percorso sono due corsi dell'Università di Urbino, tenuti dal professor Alessandro Bogliolo. Il primo, "Intelligenza Artificiale", 40 ore di formazione. Il secondo, "L'esplosione dell'IA", 35 ore, centrato su LLM e IA generativa. Entrambi con un attestato vero, firmato, non un badge digitale da piattaforma privata.
Quello che mi ha colpito di più, in particolare nel secondo corso, è stato il taglio multidisciplinare: non si parte dalla tecnica, si parte da lontano, dalla storia dell'intelligenza umana, del linguaggio, prima ancora di arrivare al Machine Learning. All'inizio mi sembrava un giro largo inutile. Alla fine ho capito che è proprio quel giro largo a far capire il perché delle cose, non solo il come.
La scoperta che non mi aspettavo: "gratis" a volte vuol dire solo "gratis fino al certificato"
Ho fatto anche Building AI dell'Università di Helsinki e un corso di prompt engineering su Alison. Entrambi completati per intero, entrambi senza un certificato gratuito alla fine: il corso è gratis, il pezzo di carta si paga. Stessa storia con un corso di personal branding su Coursebox.
Le uniche due volte che ho ottenuto un attestato vero senza pagare nulla sono state con un'università pubblica (Urbino, ma anche Elements of AI di Helsinki per il livello base) e con IBM SkillsBuild, che mi ha dato un badge digitale verificabile. Non è una regola assoluta, ma è un pattern che mi ha insegnato a guardare con più attenzione chi c'è dietro un corso "gratuito", prima di aspettarmi un certificato incluso.
Tre corsi diversi sullo stesso argomento, tre angolazioni diverse
Su Lacerba.io ho fatto tre corsi con tre docenti diversi: le basi dell'IA generativa con Elisabetta Alicino, l'etica dell'intelligenza artificiale con Alice Manzoni, il digital mindset con Michele Di Blasio, il fondatore stesso della scuola. Una frase che mi è rimasta impressa, dal primo corso: "l'IA non è creativa, l'IA genera, siamo noi a creare". Sembra un dettaglio da poco, ma cambia completamente il modo in cui guardo agli strumenti che uso ogni giorno per scrivere.
Cosa mi porto a casa, davvero
Non sono diventato un tecnico. Non è mai stato l'obiettivo. Quello che ho guadagnato è un linguaggio più preciso per spiegare quello che faccio già, e qualche certezza in meno su cose che davo per scontate. L'etica dell'IA, per esempio, l'ho sempre trattata come un argomento "per dopo", quando in realtà è la prima cosa che andrebbe capita, prima ancora di imparare a scrivere un prompt.
Un'ultima cosa, forse la più importante: buona parte di questo percorso l'ho fatto in un momento in cui il resto della mia vita non stava andando benissimo, con un ricovero in ospedale in mezzo. I corsi non si sono fermati perché io mi sono fermato. Anzi, in quei giorni con solo il telefono in mano, studiare è stato uno dei pochi modi per sentirmi ancora me stesso.
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