24.7.26 ·

Perché pensiamo ai robot ribelli e IA

Perché pensiamo ai robot ribelli quando sentiamo intelligenza artificiale

Chiudi gli occhi un attimo

Prova a pensare alla parola "intelligenza artificiale". Cosa ti viene in mente? Probabilmente un robot. Forse un computer che a un certo punto decide di ribellarsi. Una voce metallica che ragiona come una persona, ma senza emozioni, o con emozioni sbagliate, minacciose.

Non è colpa tua se ti viene in mente questo. È colpa del nome.

Un nome che inganna

"Intelligenza artificiale" è un'espressione che esiste dal 1956, coniata in un convegno di ricercatori che volevano dare un'etichetta a un campo di studio nuovo. Il problema è che quella parola, "intelligenza", porta con sé tutto il peso di quello che intendiamo noi quando la usiamo per una persona: capire, ragionare, avere coscienza di sé, provare qualcosa.

I sistemi di intelligenza artificiale che esistono oggi, compresi quelli più avanzati che generano testo, immagini, video, non fanno niente di tutto questo. Non capiscono nel senso in cui lo capisci tu leggendo questa pagina. Non hanno coscienza di sé. Non provano niente, nemmeno quando il testo che scrivono sembra pieno di calore. Fanno una cosa completamente diversa: riconoscono schemi in enormi quantità di dati, e producono risposte che assomigliano, statisticamente, a quello che una persona potrebbe scrivere in quella situazione.

L'immaginario che ci portiamo dietro dal cinema

Il nome da solo non basterebbe a creare tanta confusione. Ci hanno pensato decenni di film. In "2001: Odissea nello spazio" il computer di bordo HAL 9000 decide autonomamente di eliminare l'equipaggio. In "Terminator", la rete neurale militare Skynet raggiunge la coscienza di sé e considera l'umanità una minaccia. In "Matrix", le macchine tengono l'umanità prigioniera dentro una simulazione. Più di recente, "Her" ha raccontato un'IA capace di innamorarsi e soffrire per una separazione.

Sono film spesso bellissimi, alcuni tra i miei preferiti in assoluto. Ma raccontano tutti, in modi diversi, la stessa cosa: un salto che oggi, nella realtà, non è stato fatto da nessuno strumento esistente. Nessun sistema di intelligenza artificiale in uso oggi ha una coscienza di sé, prova emozioni, o decide autonomamente di perseguire un obiettivo che va oltre quello per cui è stato progettato.

Questo non vuol dire che i rischi siano inventati

Attenzione, non sto dicendo che l'intelligenza artificiale sia innocua o priva di rischi veri. Sto dicendo che quei rischi sono di natura completamente diversa da quelli raccontati sullo schermo. Confondere le due cose, i pericoli veri con quelli cinematografici, ci distrae dal guardare dove servirebbe guardare davvero.

Perché questo conta per il tuo lavoro

Se ogni volta che senti "intelligenza artificiale" nella tua testa scatta l'immagine di un robot ribelle, è più difficile vederla per quello che è davvero: uno strumento, utile o inutile a seconda di come lo usi, non un personaggio con intenzioni proprie. Sgombrare il campo da questo immaginario è il primo passo per usarla bene, prima ancora di imparare a scrivere un prompt.

Questo è un assaggio del terzo capitolo del mio nuovo libro, "IA dal lavoro vero. Non è magia, è un attrezzo", in uscita ad agosto.

Se vuoi leggere i primi due capitoli in anteprima, prima ancora che il libro esca, lascia la tua mail qui sotto. Da lì entri anche in "Dopo il magazzino", la newsletter dove racconto i numeri veri, gli errori e gli strumenti che provo.

Ricevi l'anteprima gratis »
Sebastiano Guglielmi
Sebastiano Guglielmi

Lavoro in magazzino. Il resto del tempo scrivo di intelligenza artificiale per chi lavora con le mani.