29.9.26 ·

Rispiegamelo come in terza media

Mani che disegnano su una lavagnetta un portiere che para, accanto a guanti da portiere. Testo: Rispiegamelo come in terza media

Quando allenavo i portieri delle giovanili, la cosa da insegnare era sempre la stessa: la presa del pallone. I ragazzi davanti a me, invece, non erano mai uguali. A uno bastava vedere il gesto una volta. A un altro serviva un disegno. Un altro ancora aveva bisogno di rivederlo più volte, con calma.

A ognuno spiegavo la stessa cosa in modo diverso. Oggi, con l'intelligenza artificiale, mi ritrovo dall'altra parte del campo: quello che non capisce, a volte, sono io. E il trucco è rimasto lo stesso. Non serve un manuale uguale per tutti, serve una spiegazione che cambia in base a chi hai davanti.

Un gesto solo, tante strade

La presa funziona così. Le mani formano quasi un cuore al rovescio e la stretta deve essere solida. Le braccia non vanno tese, e nemmeno troppo vicine al petto: stanno a mezza via. Poi il pallone si porta al petto, al sicuro.

Scritta così sembra una cosa da niente. In porta è un'altra storia, perché ogni ragazzo ci arrivava da una strada sua. La stessa frase ripetuta a tutti non correggeva nessuno. Dovevo trovare, per ciascuno, il modo giusto di farla entrare.

Prima lo faccio vedere

Il primo attrezzo ero io. Dicevo al ragazzo: prova a lanciarmi un pallone, o a tirarmelo. E mentre lo prendevo gli facevo notare le mani, ma anche le gambe e il busto. La postura infatti cambia in base alla distanza di chi calcia.

Per molti bastava questo. Un gesto visto dal vivo vale più di dieci frasi, almeno per chi impara con gli occhi. Però non tutti imparano con gli occhi alla prima, e lì serviva altro.

La lavagnetta e gli ominidi

Per chi non ci arrivava avevo una scala di attrezzi, un gradino alla volta. Portavo con me una lavagnetta e ci facevo degli schizzi di ominidi, disegnati da me. Niente arte: solo linee per far vedere dove vanno le braccia e come si piega il corpo.

Se la lavagnetta non bastava, portavo delle schede trovate online. Nei casi più difficili, i video su YouTube. Il video aveva un vantaggio che io non avevo: si poteva rivedere tutte le volte che serviva, senza che nessuno si stancasse di spiegare. Il ragazzo se lo guardava con i suoi tempi, anche a casa.

Il compagno al fianco

La prima cosa che facevo, però, non era spiegare. Era valorizzare il ragazzo che faceva il gesto più pulito. Poi mettevo gli altri al suo fianco.

Erano pari età, quindi non c'erano discussioni. Non era l'allenatore che diceva come si fa: era un compagno che lo faceva davanti a loro. A volte la spiegazione migliore è l'esempio di uno come te.

Anche il pallone si adatta

I metodi per allenare sono tanti. Nel calcio giovanile perfino i palloni cambiano misura con l'età, e non solo per i piedi: servono anche alle mani del portiere. Prima si guarda chi c'è in porta, poi si sceglie l'attrezzo.

Il ragazzo con le braccia rigide

Mi ricordo un ragazzo che era molto rigido con le braccia. Con l'allenamento, e con il metodo di portare la palla al petto, è migliorato. È diventato più flessibile con il corpo.

Ma soprattutto è diventato più flessibile con la testa. È la parte che mi è rimasta di più. Non ha imparato perché gli ho ripetuto la stessa frase più forte. Ha imparato perché, a un certo punto, la spiegazione giusta per lui è arrivata.

Adesso in porta ci sono io

Oggi l'intelligenza artificiale la uso tutti i giorni, per il lavoro sui libri e sul blog. E ogni tanto mi risponde come un manuale: tutto giusto, tutto preciso, e io non ci capisco niente.

Quando succede, le scrivo una frase sola: rispiegamelo come se fossi un ragazzino di terza media. Lo scrivo ridendo, perché la terza media è proprio il mio titolo di studio. E la seconda spiegazione, di solito, entra.

Il punto è questo. L'IA non sa chi ha davanti finché non glielo dici tu. Sul campo il livello del ragazzo lo vedevo io, dalla postura e dalle mani. Con la macchina è il contrario: sono io che devo dirle a che punto sono.

Se non glielo dico, lei scrive per un lettore medio che non esiste. Un po' come un allenatore che fa lo stesso discorso a tutta la squadra e poi si stupisce se metà dei ragazzi continua a sbagliare. Il discorso non era sbagliato. Era per nessuno in particolare.

E c'è una differenza rispetto al campo. Il tempo di un allenamento era diviso tra tutti i ragazzi. La macchina invece lavora solo per te: puoi chiederle la stessa cosa cinque volte, in cinque modi, e lei ricomincia da capo senza problemi.

La scala del campo, tradotta

Se ripenso alla mia scala di attrezzi, le richieste da fare all'IA sono quasi le stesse. Puoi provarle una alla volta, come i gradini:

  • Il gesto dal vivo: chiedi un esempio pratico, preso dal lavoro che fai tu.
  • La lavagnetta: chiedi un paragone semplice, oppure la stessa cosa divisa in pochi punti.
  • Il video da rivedere: fattelo rispiegare ancora, con parole diverse. Non si stanca.
  • Il compagno pari età: chiedi di spiegartelo come lo spiegherebbe un collega del tuo reparto.

Non serve una formula magica. Basta una riga in più in fondo alla domanda: chi sei, cosa sai già, cosa ti serve. Per esempio: "Lavoro in magazzino, di informatica so poco, spiegamelo con un esempio preso dal mio lavoro". Se la risposta non entra lo stesso, si scende di un gradino e si prova il successivo.

E non vergognarti di chiedere di nuovo. In porta nessun ragazzo era scarso perché non capiva alla prima. Era la spiegazione che non era ancora quella giusta per lui. Con l'IA vale lo stesso: se non ti entra, non sei tu che hai sbagliato. Cambia il modo di chiedere.

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Sebastiano Guglielmi

Sebastiano Guglielmi

Operaio di mattina. Autore e divulgatore IA di pomeriggio.