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Perché un operaio scrive di IA

Perché un operaio scrive di intelligenza artificiale

Una domanda che mi fanno spesso

"Ma quindi hai lasciato il magazzino?" No. Alle otto del mattino sono ancora lì, tra i pallet e il gestionale, come da anni. Il resto della giornata scrivo di intelligenza artificiale. Non una cosa dopo l'altra, non un prima e un dopo. Le faccio insieme, ogni giorno, e nessuna delle due pesa meno dell'altra.

Lo scrivo chiaro perché la tentazione, quando racconti una storia così, è di sistemarla come un riscatto: "ero un operaio, oggi sono un divulgatore". Fa più notizia, si vende meglio. Ma non è vero, e le cose false, anche se comode, prima o poi si vedono.

Da dove è partita

Non sono arrivato all'intelligenza artificiale per cambiare lavoro. Ci sono arrivato una sera qualunque, dopo un turno come tanti, per curiosità vera. Volevo capire come funzionava questa cosa di cui parlavano tutti. Ho aperto una chat, ho fatto una domanda stupida, ho letto la risposta. Poi un'altra domanda, un po' meno stupida. Nelle settimane dopo è diventata un'abitudine: un'ora la sera, quello che restava dopo cena.

Studiare da autodidatta, senza una laurea in informatica, senza nessuno che ti spiega da dove iniziare, è lento e a tratti scoraggiante. Ho letto cose che non capivo, riletto, capite male, rilette ancora. Nessuna scorciatoia, solo tempo rubato alla stanchezza.

Perché ho iniziato a scriverne

A un certo punto ho capito una cosa semplice: quasi tutto quello che si legge sull'intelligenza artificiale è scritto da chi lavora già in ufficio, con gli strumenti giusti sotto mano, il tempo per sperimentare, un linguaggio tecnico che a chi fa un lavoro manuale suona come un'altra lingua. Non c'è niente di sbagliato in questo. Ma mancava una voce che parlasse a chi, come me, il tempo se lo ritaglia tra un turno e l'altro.

Ho iniziato a scrivere per quella persona lì. Per chi in pausa pranzo si chiede se questa storia dell'IA lo riguarda davvero, e non trova risposte scritte nel suo linguaggio.

Cosa mi porto in magazzino

Una cosa che ho imparato studiando la sera la uso anche la mattina, ed è questa: capire prima di agire. Che sia un prompt scritto male o un pallet caricato senza controllare il peso, l'errore nasce sempre allo stesso punto, quando si salta il momento di fermarsi a capire cosa si sta facendo. Il lavoro manuale mi ha insegnato la pazienza. Studiare l'IA mi ha insegnato a fare domande migliori. Le due cose, insieme, mi hanno cambiato il modo di pensare più di quanto avrebbe fatto una delle due da sola.

Dove porta questa storia

Non so se un giorno lascerò il magazzino. Non è questo il punto, e non è nemmeno la promessa che vi faccio. Il punto è che oggi, con quello che ho intorno, con il tempo che ho davvero, si può imparare, si può scrivere, si può costruire qualcosa di proprio. Un pezzo alla volta, senza scorciatoie, senza aspettare il momento perfetto che non arriva mai.

Se anche voi state ritagliando un'ora la sera per capire qualcosa di nuovo, sappiate che non è tempo perso. È così che è iniziato tutto anche per me.

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Sebastiano Guglielmi
Sebastiano Guglielmi

Lavoro in magazzino. Il resto del tempo scrivo di intelligenza artificiale per chi lavora con le mani.